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Artigianato
 

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Novara di Sicilia è un paese cresciuto per la sfida dell'uomo alla durezza della pietra, alla maestosità dei boschi, alla furia dei torrenti, tutti elementi naturali caratterizzanti. Difatti, la condizione di Novara nel tempo è stata quella di un paese agricolo che, nonostante la natura impervia dei luoghi, vantava la forza di un popolo pioniere nelle arti, nei mestieri e nei commerci, capace di determinare il naturale processo di sviluppo socio-economico. Malgrado l'oscurantismo feudale, Novara crebbe attraverso secoli e l'ingrandimento della sua Matrice, dovuto all'operosità della borghesia emergente del tempo, oggi ne è la prova tangibile.

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Sedia in legno: Casa Sofia, via Nazionale

 

La popolazione produceva, emigrava, commerciava, anche in luoghi lontani, dal grano alla seta, dalla pietra al legno (specie di castagno). La Noa – non a caso il nome significa maggese – contava su una notevole produzione di grano a cui si aggiunge dal XVI sec. Quella della seta. Al lavoro dei Maestri della Pietra si unì quello degli intagliatori del legno. La vita economica ebbe il suo inserto promozionale e la più alta espressione dei prodotti artigianali novaresi nella Fiera di S. Giorgio (la prima risale al 1521 fatta su concessione del feudatario D. Giovanni Tommaso Gioeni alla Confraternita di S. Giorgio). Di questa Fiera oggi si è perduta la memoria, ma vale sapere che costituì l'elemento determinante per il fiorire dell'artigianato: senza misura era la produzione di vaselli e lavori al tornio, di notevole entità era il commercio del legname, soprattutto di castagna, che veniva prodotto nei boschi novaresi.

 

Quella artigianale era a Novara una classe sociale più evoluta rispetto a quella contadina. Era costituita dai "Mastri" delle Arti che, in quanto tali, esercitavano i vari mestieri con orgoglio e privilegio di casta. L'aspirazione dei "picciotti" (garzoni di bottega presso sarti, calzolai, muratori, falegnami etc.), quasi tutti giovani figli di contadini, era quella di diventare "Mastri" anch'essi, soprattutto per una questione di riscatto sociale. Nel 1880 esistevano nel territorio novarese numerosi artigiani ripartiti nelle più disparate categorie di mestieri. A parte gli Scalpellini, categoria artigiana immortalata da una vasta produzione artistica, gli artigiani novaresi esercitavano i mestieri in stretta connessione con l'attività agricola-pastorale (lavorazione e filatura del lino e della seta; produzione e lavorazione dei prodotti caseari), oltre che una sorta di artigianato legato ad antiche forme di impresa, in genere a conduzione familiare, quali la gestione dei Mulini, o dei palmenti per la produzione del mosto o degli oleifici per estrarre dalla sansa delle ulive l'olio squisito.

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Palazzo Stancanelli, mostra permanente: banchitta e arnesi da calzolaio
 

A queste modeste forme di industria si affiancava la produzione artigianale dei più svariati arnesi da lavoro, si da alimentare una vera e propria scuola di artigianato minore, anche per la produzione di utensili di uso domestico che oggi il turista può facilmente reperire quali souvenirs del luogo: coffi, cuffielli, cavegni, gisri, caesri (ceste varie), butti, buttacci, barriottiIli, barriotti (botti e barili), buzzuetti (cucchiai di rame per la lavorazione della ricotta), quartari (brocche), garbui (recipienti di legno per contenere il formaggio), brasjè, conche, scardiri (utensili per riporvi braci accese durante l'inverno), cannizzi (tese di canna per essiccare fichi, pomodori, etc.), furizzi (sgabellini di agave), cucchià, cucchiaelli (cucchiai di vario materiale), codari, codaelli, menz'aréngi (caldaie di varie misure), maiylli (madie), zurghi (grandi recipienti per conservare il pane), baghi, bumbi, bumbaelli (recipienti di coccio per mantenere l'acqua fresca), tripodi (treppiedi in ferro battuto per riporvi le caldaie), trispidi (supporti in ferro battuto utitizzati per adagiarvi le tavole e i materassi), crivelli (setacci per separare la farina dalla crusca).

 

ARTIGIANATO FEMMINILE

Perfino le donne novaresi, autentiche cultrici delle arti domestiche, contribuirono allo sviluppo di un artigianato tradizionaIe, anche se minore, ma non per questo meno importante. Spesso esse si affiancavano all'attività degli uomini nei mulini, sfruttando coi "Paadò" o gualchiere, l’enegia idraulica della ruota a penna per la lavorazione dell'orbace (panno di lana grezza simile al feltro) con uno strumento azionato ad acqua (" ‘u paadò") che battendo continuamente sui velli, rendeva la lana morbida e impermeabile, pronta alla filatura. La filatura, in genere veniva fatta a mano con la rocca e il fuso, arnesi anch'essi prodotti artigianalmente.
Le donne novaresi erano abili tessitrici e ancora oggi esiste qualche vecchio telaio dicasa, un tempo velocemente e abilmente azionato sulle trame di lino o lana grezza per la confezione di teli da usare per corredi o per la confezione di "cutri".

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" U Mengu" rudimentale arnese per la lavorazione della lana
 

Altri prodotti tipici dell'artigianato femminile erano: 'a Farsada copriletto confezionato a mano con striscioline di stoffe multicolori; 'a cutturéda - grossa coperta imbottita equivalente all'attuale trapunta. Grande abilità era dimostrata anche nell'arte del ricamo e dell'intaglio, oltre che nelle lavorazioni d'uncinetto e di filet su telaio a chiodini.

 

IL TELAIO

E' formato da un'incastellatura di legno a colonne traverse, dal subbio "suggiu", dall'ordito "'ntramadùa", dalle verghe e dai licci, dalle calcole "pidacchiu" o leve che comandano i licci; dal battente con pettine "casciuìtta dù tiàau", dalla banchina "sidijaòa" e dal subbio di tessuto. I subbi sono dotati di regolatore della tensione del filo. La Tessitrice "'A tiscidùra" agendo sulle calcole col pedale, abbassava un liccio e alzava l'altro per formare il passo, quindi provvedeva a lanciare la navetta nel passo per inserirvi la trama.

 

 

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A ogni battuta di trama, dal subbio d’ordito, convenientemente frenato, in misura regolabile, mediante una corda avvolta su di esso e recante un peso all'estremità libera, si svolgeva un pò di filo dell'ordito, tenuto in tensione dal subbio frenato e, contemporaneamente il battente, tramite una serie di rudimentali ingranaggi, comandava la rotazione del subbio del tessuto sul quale si avvolgeva quest'ultimo appena formato. Molti erano i telai esistenti in paese e la tessitura era fonte di guadagno non trascurabile, dato che i lavori prodotti erano molto richiesti e venivano inviati anche all'estero. Non per nulla un vecchio proverbio diceva: "Fimmia chi savi tesci / viàdu da casa nèsci" (Donna che sa tessere, si sposa presto).

 

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Di arti e mestieri oggi ne sopravvivono davvero sparuti esempi e dei pochi artigiani rimasti se ne fa vero tesoro. Vi sono ancora sarti, fabbri, barbieri, stagnini, calzolai, di vecchio stampo che, artigianalmente operano nelle botteghe sparse nei vicoli del paese o lungo la via Nazionale. Motivo di richiamo per il turista è, in special modo, la "Bottega dell'Arte" del Mastro C. Alula, artista falegname e restauratore la cui opera è valsa al superbo rifacimento del tetto a cassettoni della Chiesa di S.Giogio, oggi adibita ad Auditorium.