1/1
     
  La Sicilia
 
Fu davvero Sant’Ugo a fondare
  l’abbazia di Santa Maria?
 

Per saperne di più  

 
   
 
  Novara di Sicilia    
     
Testo di  Walter Bertrand    

 
 
Novara di Sicilia (ME), Processione dell'Assunta la sera di Mezzagosto.
 

 









 
 
 
Anche la Sicilia ha la propria Novara, non soltanto il Piemonte. Michele Amari nella sua storia dei musulmani di Sicilia ci ricorda «una trentina di nomi di comuni, che si riscontrano consimili in terraferma». Ne fornisce anche una spiegazione, poiché questi centri sarebbero stati così denominati dai Lombardi, provenienti dal nord al seguito del re Ruggero, normanno, alla conquista dell’Isola. Novara di Sicilia si trova sui Peloritani, lungo la statale 185, in prossimità della sua cresta più elevata, quella Rocca Salvatesta di 1340 metri di altitudine, dalla quale si gode il panorama stupendo dei due mari. Da una parte il Tirreno: quando non c’è foschia si possono scorgere le isole Eolie. Dall’altra parte lo Ionio e se volti lo sguardo puoi ammirare l’Etna fumante. La statale 185 collega le due coste: parte da Castroreale Terme, segue la fiumara Mazzarrà, raggiunge Novara, si inerpica su per le montagne boscose, si spinge fino alla pineta di Mandrazzi, poi comincia di qui a scendere verso l’Alcàntara, conosciuta per le sue gole di basalto colonnare, per raggiunge Giardini, l’antica Naxos, dove approdarono i primi coloni venuti dalla Grecia.

Non dobbiamo credere che il territorio di Novara non fosse abitato prima dell’arrivo dei normanni, basti ricordare il “riparo della Sperlinga”, unico esempio in Sicilia, con la grotta Corruggi di Pachino, di stazione Mesolitica. Il paese attuale ha però origine medievale. Scrive infatti Illuminato Peri che «nel secolo XII una corrente [migratoria] non mediocre fece capo al monastero di S. Maria di Nugaria». La chiesetta del cenobio di Santa Maria, edificato nel 1137 in Valle Bona, la possiamo ancora oggi visitare nella frazione di San Basilio, poco distante da Novara. Scrive Vito Amico, a metà del Settecento, che questo «monastero di Santa Maria la Novara, sotto il titolo di Santa Maria Annunziata e comunemente sotto il nome del Beato Ugone, abbazia dell’Ordine Cisterciense, ascrivevasi a San Bernando, che a preghiera del Re Ruggero, diresse più volte i monaci in Sicilia».

La lapide posta all’ingresso della chiesa, i libri e le guide che si possono leggere in proposito, riferiscono tutti che fu Sant’Ugo, oggi patrono del paese con la SS. Maria Assunta, a fondare il monastero. Se, tuttavia, facciamo attenzione alle date ci accorgiamo che in realtà nel 1137 Ruggero si opponeva all’autorità di papa Innocenzo II, appoggiando l’anti-papa Anacleto II, che gli aveva riconosciuto il titolo di “Re di Sicilia”. Come poteva dunque San Bernardo, che sostenendo Innocenzo appellava Ruggero “tyrannus Siciliae “, richiamare Sant’Ugo dalla Spagna, dove risiedeva stabilmente, per mandarlo a fondare un monastero nel cuore dei Peloritani? Un errore di data o, ipotesi più intrigante, un abbaglio perdurato per secoli, ma che ha in se una propria verità?

Ruggero II iniziò davvero la costruzione del monastero nel 1137, considerando che era solito, secondo la tradizione paterna, edificare chiese e conventi e nominare vescovi ed abati, indipendentemente dal volere pontificio. Ruggero dunque concesse beni e diritti, nonché i villani di cui parla Peri, ai monaci basiliani per la costruzione di un convento nell’antichissima frazione chiamata appunto San Basilio. Quando nel 1139, con la pace di Mignano, Ruggero ottenne il riconoscimento di Innocenzo II e venne infeudato di tutti i suoi possessi, cambiò l’indirizzo politico. Cessò l’edificazione dei monasteri greci e «gradualmente gli esistenti conventi basiliani furono incoraggiati a riconoscere la supremazia della Chiesa romana». I cistercensi di Sant’Ugo sostituirono dunque gli ascetici basiliani, nelle preghiere, ma soprattutto nel lavoro dei campi, trasformando una vallata malsana in una Valle Bona. Un particolare, nella storia di Novara di Sicilia, ma che dimostra come anche libri, guide e persino lapidi ogni tanto ci raccontano qualche balla.

 

 
 
     

 

 

HOME